Epistenologia: nuove prospettive di degustazione

Il titolo parla da sè: Epistenologia – il vino e la creatività del tatto. Il libro di Nicola Perullo è un’opera sul vino decisamente diversa dalle altre.

Sicuramente, buona parte del mio progetto è legata alla lettura di questo piccolo libretto (solo un centinaio di pagine) che ha un grande merito: considerare il vino sotto un’altra prospettiva. Quella filosofica, spirituale, personale: chiamatela come volete. Comunque una prospettiva ben diversa da quella dei corsi ufficiali, delle schede tecniche e delle definizioni precise.

Una prospettiva più umana, terrena, legata al momento, ai soggetti (perché il vino è anche soggetto, e non solo oggetto, del dialogo) e all’evoluzione – del vino e delle persone.

Filosofia del vino, a 360°

Nicola Perullo è professore di Estetica, ed insegna Filosofia del cibo ed Estetica del gusto all’Università di Pollenzo. Questo background estetico e filosofico gli ha permesso di proporre un percorso innovativo, che sposta l’asse dell’analisi degustativa verso orizzonti molto più soggettivi.

Il passato di Perullo è quello del degustatore professionista, o meglio, canonico. Ma qualcosa cambia nel corso degli anni, e alla necessità di oggettività si affianca un analisi molto più legata alla percezione, alla psicologia, ad un estetica del gusto che non è solo capire il vino in quanto oggetto, ma dialogare con esso in quanto soggetto. Il vino viene visto da Perullo come qualcosa di vitale, come un soggetto vivo e provvisto di un proprio apparato comunicativo. Non interlocutore inerte, ma controparte attiva della discussione.

Incontri, creatività ed epistenologia

Non per niente Perullo parla di incontri e creatività. L’incontro per il vino, l’incontro con il vino; e la creatività che automaticamente emerge durante questo incontro. Un incontro che – l’autore lo ribadisce costantemente – è soprattutto pragmatico: “bere vino è un gesto poietico e pratico insieme”. Le immagini e le possibilità emergono così in modo naturale, legate ad un incontro che è pieno, totale e sempre unico.

La pluralità sostituisce così quella unicità, quella oggettività che siamo tanto abituati a ricercare nel vino. Pluralità che corrisponde a possibilità, ad un bere diverso che resta aperto ed atipicamente influenzabile. Un bel modo per recuperare quella che è la nostra componente soggettiva. Quella componente che è spesso e volentieri lasciata da parte a favore di un approccio scientifico, legata ad un oggettività che allontana, invece che favorire l’avvicinamento. Mentre il vino, invece, deve avvicinare.


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